Nella foto la copertina del libro (fonte: dalla rete)

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI di Giorgio Bassani 
“Il romanzo si apre con un Prologo in cui Bassani descrive come una sua visita, nel 1957, alla necropoli etrusca di Cerveteri abbia suscitato in lui una breve riflessione sul rapporto dialettico tra la vita e la morte, fortemente intrecciato con quello tra il tempo passato e il presente.
L’occasione lo spinge indietro con la memoria, “a Ferrara, e al cimitero ebraico in fondo a via Montebello”, e in particolare alla “tomba monumentale dei Finzi-Contini”, dove riposa un unico membro della famiglia che aveva conosciuto negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Il libro è, quindi, un omaggio memoriale postumo a questo gruppo di israeliti, destinati a morire nei lager nazisti, per restituirli alla vita attraverso la forza dell’arte. La vicenda è ambientata nei tempi cupi del fascismo e delle leggi razziali che colpirono tante case ebraiche e che esclusero i giovani dalle scuole pubbliche e da tutte le associazioni culturali e ricreative. Per questo motivo Ermanno e Olga Finzi-Contini rompono la loro cortina di riservatezza e aprono i cancelli del proprio giardino a un gruppo di coetanei dei figli Alberto e Micòl. Fra questi giovani c’è anche l’io narrante, già da tempo affascinato da quel luogo, ma soprattutto dal modo d’agire enigmatico e imprevedibile, di MIcòl, personaggio simbolico che richiama gli archetipi mitici del viaggio iniziatico dall’adolescenza alla maturità. La delicata storia di un amore tacito e discreto, chiuso nell’ambito di un giardino, di un campo da tennis ed i una casa, si apre allora nella prospettiva di una storia più ampia, che coinvolge l’intimo inafferrabile di ogni creatura umana.”

I 3 temi del libro sono: i RICORDI, la MORTE, l’AMORE NON CORRISPOSTO.

Il romanzo nasce, si sviluppa ed è intriso di ricordi e di morte. Il prologo esordisce con l’immagine della necropoli etrusca di Cerveteri, meta di una scampagnata del protagonista insieme ad alcuni amici, una domenica d’aprile del 1957. La particolarità del luogo suscita nella compagnia una riflessione sulla morte e il ricordo di chi ci ha lasciato, sempre più labile con il passare degli anni, fino a dissolversi del tutto. «Perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?» chiede Giannina, la più piccola del gruppo, ed è come se da questa domanda scaturisse il flusso narrativo che dà vita all’intero romanzo, una grande “intermittenza del cuore” a recuperare un tempo passato, ma solo per accorgersi che mai, neppure quando era presente, lo si è posseduto veramente.
«Io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello». Non è un caso che sia proprio un cimitero ad aprire la lunga rassegna di ricordi dell’io narrante: le immagini di morte sono ricorrenti nel romanzo, avvolte di un’aura mai lugubre o drammatica, ma dolcemente malinconica.
E la morte è presente nella lettera da Venezia di Micòl, che riporta la traduzione della poesia di Emily Dickinson (su cui sta preparando la tesi):

Morti per la Bellezza; e da poco ero
discesa nell’avello,
che, caduto pel Vero, uno fu messo
nell’attiguo sacello.

“Perchè sei morta?”, mi chiese sommesso.
Dissi: “Morii pel Bello”.
“Io per la Verità: dunque è lo stesso
- disse - son tuo fratello.”

Da tomba a tomba, come due congiunti
incontratisi a notte,
parlavamo così, finchè raggiunti
l’erba ebbe nomi e bocche.

E la morte compare nell’atmosfera della cena di Pasqua dell’Io narrante:
“Nonostante ogni cura, anzi proprio per questo, il tavolo aveva assunto un aspetto assai simile a quello che offriva le sere del Kippùr, quando lo si preparava solo per Loro, i morti famigliari, le cui ossa giacevano nel cimitero in fondo a via Montebello, e tuttavia erano ben presenti, qui, in ispirito e in effige. Qui, ai loro posti, stasera sedevamo noi, i vivi. Ma ridotti di numero rispetto a un tempo, e non più lieti, ridenti, vocianti, bensì tristi e pensierosi come dei morti. ” E sempre alla cena il protagonista osserva ad uno ad uno i commensali che sembrano gia mostrare i segni di ciò che di li a poco sarebbe accaduto: “Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, nè io stesso lo immaginavo…gia allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria…”
“Guardavo infine me, riflesso dentro l’acqua opaca della specchiera di fronte, anch’io già un pò canuto, preso anche io nel medesimo ingranaggio, però riluttnate, non ancora rassegnato. Io non ero morto - mi dicevo - io ero ancora ben vivo! Ma allora, se ancora vivevo, perchè mai restavo lì insieme con gli altri, a che scopo? Perchè non mi sottraevo subito a quel disperato e grottesco convegno di spettri, o almeno non mi turavo le orecchie per non sentir più parlare di “discriminazioni”, di “meriti patriottici”, di “certificati d’anzianità”, di “quarti di sangue” per più non udire la gretta lamentela, la monotona, grigia, inutile trenodia che parenti e consanguinei intonavano sommessi attorno?…
E la morte ricompare a calare il sipario sulla vicenda umana dei Finzi-Contini… nelle ultime pagine, quando si racconta della morte dopo lunga malattia di Alberto (l’unico seppellito nella tomba di famiglia) e della deportazione e sterminio nei campi di concentramento nazisti del resto della famiglia, Micòl compresa.

Oltre ai temi del ricordo e della morte, c’è l’amore. Malinconico, struggente come solo un amore non corrisposto può essere:

I Finzi-Contini superano il loro riserbo e mettono a disposizione il loro ampio giardino ai coetanei ebrei e non dei figli Alberto e Micol a seguito delle leggi razziali che escludono dai circoli sportivi, dalle biblioteche e dai luoghi di ritrovo pubblici gli ebrei.
Il giardino diventa così un luogo sospeso, a-storico, dove lo spensierato snobismo dei suoi nobili abitanti sembra voler cancellare con la noncuranza e il disinteresse quanto sta avvenendo oltre le mura secolari che ne delimitano i confini. Il fascino misterioso e antico di questo microcosmo, apparentemente inattaccabile, del tutto bastante a se stesso, attrae irresistibilmente il protagonista, che si innamora di Micol, parte di quel mondo ma, nello stesso tempo, l’unica a saperlo guardare con distacco e con triste ironia, l’unica che, talvolta, provi a scavalcare quelle mura, come faceva fin da ragazzina, eludendo la sorveglianza di portinai e governanti.
Ma questo amore appassionato e struggente non è corrisposto: Micol lo allontana, consapevole che le persone troppo simili non possono amarsi davvero, perché «l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce […] da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà do propositi»; e forse (ma è un dubbio, solo un dubbio che l’io narrante non vuole sciogliere, né per se stesso né per i lettori), forse Micol un amore di questo tipo lo ha trovato, in Malnate, giovane frequentatore del giardino, milanese, comunista militante, che guarda alla vita e alla storia con ben altra energia e concretezza che i Finzi Contini.

Alla fine del romanzo, la rinuncia del protagonista a Micol coincide con la sua entrata nella vita vera, con tutto il suo peso di dolore e responsabilità, con la nuova consapevolezza che il mondo protetto e incantato de Il giardino dei Finzi Contini si reggeva solo su valori appartenenti al passato, che le parole di Micol erano «le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire».

Voto : 8/10

 

 

 

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