“NOI” a FERRARA

Novembre 20, 2009

"NOI" a Ferrara

Barbara, WALTER, Paola

Crespellano, 7 Novembre 2009

Castello Estense, 6 Novembre h. 18 – Presentazione del libro “NOI” da parte dell’autore Walter Veltroni.

Cominciamo con il dire che Walter Veltroni è ME-RA-VI-GLIO-SO. Davvero. Quella di ieri a FE è stata la seconda presentazione di “NOI” a cui ho assistito.
Premetto che il libro non l’ho ancora letto causa impegno intellettuale pregresso che mi impedisce fino a fine Novembre di iniziarlo. E’ nella mia libreria con la bella dedica dell’autore, fattami l’11/9 (F.Democratica Bo).
Ma torniamo alla presentazione di venerdì scorso. Io vorrei stare ad ascoltarlo per ore e ore… vorrei fare quello di lavoro… l’ascoltatrice di Walter Veltroni… perché è una persona incredibile. Traspare la sua cultura, la sua semplicità, la sua purezza d’animo, la sua voglia di fare qualcosa per gli altri, il suo essere “NOI”.
Ed è per questo che vorrei ascoltarlo parlare per un anno intero… perché sento che quello che dice mi fa bene. Mi apre il cervello. Mi fa venire voglia di migliorare, di diventare una persona bella come lui.

Del suo discorso mi hanno colpito 3 cose:

Il discorso sull’ “IO, IO, IO”, sulle persone che non ascoltano più e che mentre parli non ti ascoltano perché pensano già a cosa diranno dopo. Mi ha colpito perché ha colto nel segno… cavolo.. io ascolto poco… parlo tanto, mi sfogo tantissimo e ascolto poco. Se ho un problemino anche sciocco, diventa la priorità, la cosa di cui parlare e sfogarsi con tutti… e se gli altri hanno un problema magari anche più grande… passa in secondo piano, perché il mio è più importante…………. È una cosa che mi è già stata rimproverata… e ammetto che è vera… vivo talmente sempre di corsa che a volte mi dimentico di “NOI”… e c’è solo IO… e forse ho impostato la vita in maniera sbagliata … solo sull’IO. Effettivamente IO sono molto IO. Non sto facendo niente per gli altri. Il lavoro porta via 8 ore della ns. vita tutti i giorni, poi ci sono le incombenze del tram tram quotidiano: fare la spesa, andare dal medico, passare in farmacia… e dopo? Dopo c’è il tempo dell’IO… la palestra perché bisogna scaricare i nervi, e poi la salute , il tenersi in forma è importante, e la lettura perché anche la mente va allenata sempre, la cura e l’igiene personale, la casa, il dormire… la manutenzione ordinaria della vita insomma… Nelle vite ordinarie insomma c’è sempre meno spazio per il NOI … Ultimamente ci penso spesso… mi piacerebbe fare qualcosa per gli altri, anzi per tutti, perché gli altri un domani saremo noi (prima o poi tutti avremo bisogno di qualcuno, perché prima o poi tutti diventiamo non autosufficienti… chi prima e chi dopo)… fare qualcosa per NOI. Dpo aver letto FORSE DIO E’ MALATO (sempre di Walter Veltroni) ancora di più mi è venuto da pensare che è vero ciò che dice lui all’inizio del libro: Non possiamo stare chiusi in una torre d’avorio chiudendo le persone sofferenti e bisognose fuori per vivere bene noi alla faccia degli altri…
Tutti dobbiamo fare qualcosa in più… e forse la fase iniziale è quella che sto vivendo anche io… il RISVEGLIO DELLA COSCIENZA…. Forse avevo la coscienza dormiente, profondamente dormiente e Walter ha iniziato a risvegliarla… Ora devo pensare a risvegliarla completamente ed iniziare a vivere NOI e non più dominata dall’IO… e vivere NOI partendo dalle piccole cose… cominciare ad ascoltare e comprendere gli altri, e poi una volta riaperto il cuore all’ascolto, forse sarà il momento di agire in prima persona, facendo qualcosa che ora non so fare… cercando di svegliare anche le coscienze assopite delle persone attorno a me… e assieme diventare un’enorme NOI cosciente che fa qualcosa per altri “noi”…

Il brano che ha letto da NOI su Dio …
il bambino che nell’oscurità della sera, prima di dormire, si interroga se Dio esiste.

Arrivati a casa, a Roma, Giovanni si affacciò subito alla finestra. Da lì aveva visto la guerra, il 25 luglio, la deportazione degli ebrei, la Liberazione, la morte di suo padre. Era il suo osservatorio sul mondo e sulla storia. E gli dava orgoglio che con lui ci fosse un altro ragazzo, un nuovo ragazzo, che gli assomigliava.
Prima di andare a dormire Giovanni chiese ad Andrea di seguirlo. Salirono le scale e arrivarono al terrazzo condominiale. «Vedi, questo era il posto dei miei sogni. Durante la guerra non potevamo mai venire qui a guardare le stelle né a osservare le luci della città che dorme. Era un paradiso perduto. Con tua madre, dopo, qui abbiamo passato ore e ore a parlare. È qui che eravamo soli davvero. Forse è qui che ci siamo accorti di amarci. O, meglio, io l’avevo sentito dal primo momento. Dopo la deportazione non riuscivo a capire se lei si appoggiava a me per solitudine o perché sentiva qualcosa nel cuore. D’estate la sera ci portavamo due sedie quassù e ci sentivamo i padroni di tutto. Era la nostra casa. Non aveva tetto o forse il più bel tetto di tutte le case del mondo. Pensavamo all’umanità in pace e non riuscivamo a immaginarla. Quando vedevamo passare le luci di un aereo ci promettevamo di viaggiare in luoghi lontani. Una sera mi chiese se l’uomo sarebbe mai arrivato sulla Luna. Sembrava una favola, un sogno irrealizzabile. Ora dicono manchino pochi anni. Quel giorno voglio essere con lei, qui. Ora il mondo è cambiato, la gente sembra voler usare la scienza non per distruggere ma per scoprire. Le persone sorridono, non hanno più paura. Hanno voglia di vedere il futuro, ma non per scappare dal presente. Noi avevamo fretta, perché ci lasciavamo dietro il fuoco dell’inferno che ancora ci inseguiva. Forse quella voglia di vita, di pace, ha fatto ora il mondo così com’è». Prima di dormire Andrea aveva chiesto al padre di fargli vedere dalla finestra il luogo preciso in cui i nonni materni erano stati prelevati dai nazisti. Giovanni indicò con il dito tutto il tragitto, la posizione dei camion neri, la collocazione delle SS che avevano chiuso il quartiere ai lati. Si misero a letto e spensero la luce. Fu dopo un po’, quando si era girato su un fianco per prendere sonno, che Giovanni sentì la voce del figlio: «Papà, ma allora Dio non esiste».
Non era una domanda, sembrava una affermazione, incerta forse, ma una affermazione. «Perché lo dici, Andrea?» disse Giovanni riportandosi supino. «Perché se esiste è cattivo. E se è cattivo non è Dio». «Cioè»? e questa volta a deglutire fu il padre. «Cioè mi avete sempre detto che tutto dipende dalla sua volontà. E allora perché ha consentito che succedesse tutto questo? Perché ha lasciato che degli innocenti fossero sterminati? Perché la nonna e la bisnonna hanno dovuto morire in quel modo? E perché tanti bambini sono stati portati nelle camere a gas? Me lo avete detto voi, l’ho letto sui libri di scuola e l’ho visto in tv. Perché Dio è cattivo»? La voce di Andrea sembrava sull’orlo del pianto. Come se avesse appena scoperto di essere più solo, come se avesse capito per la prima volta che oltre i genitori non c’era nessuno che si prendesse cura di lui, di lui e degli altri esseri umani della terra.
«No, Andrea, sarebbe troppo facile per noi umani. Se noi potessimo fare ogni cosa e poi attribuirne la responsabilità a Dio. Siamo noi, con i nostri gesti quotidiani, con le nostre scelte, che facciamo la vita nostra e degli altri. Siamo arbitri del nostro destino. Dio ci ha dato la possibilità di vivere, ci ha fornito i principi in base ai quali orientare la nostra esistenza, ci garantisce un premio per la correttezza dei nostri comportamenti. Ma Dio non è responsabile della follia di Hitler né di quella di Mussolini. Come non è responsabile dell’uomo che uccide la moglie o delle malattie che tanto dolore ci provocano. Siamo noi i registi del destino sulla terra. Dio ci ha fatto e ci giudica».
«Ma non è onnipotente? Lo dicono anche le preghiere. E non è infinitamente buono? Per quei bambini lasciati morire lì, Dio non è esistito ». «Anche Gesù, suo figlio, è morto sulla croce. E anche lui disse: ‘Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato’? Però hai ragione: Auschwitz è l’inferno della storia dell’umanità. L’uomo ha prodotto un tale abisso di dolore che niente sarà più come prima. È come se gli artefici di quei campi di sterminio avessero voluto dimostrare di cosa l’uomo è capace quando perde proprio quei valori che Dio ha fatto scrivere sulle tavole. Le camere a gas non dimostrano che Dio non c’è. Dimostrano che è stato sconfitto. La sua onnipotenza non arriva a fermare la mano dei criminali. Forse dopo Auschwitz dobbiamo sentirci ancora più in colpa con lui. E forse dobbiamo ripensare il concetto di onnipotenza. Anche Dio può per­dere ». Ci fu un lungo momento di silenzio. Giovanni sentiva che Andrea stava pensando alle parole che erano volate, da una parte all’altra del letto, in quella stanza buia. Quel silenzio lo emozionò. Si ricordò di quanti pensieri analoghi, quanti interrogativi terribili sulla vita e sul futuro snocciolava con se stesso di notte, nella stanza che era oltre il corridoio. Pensò che è in quei momenti, buio e solitudine, che si fanno vive le paure più rimosse. Ma pensò anche che è in quei momenti che si cresce, che si costruiscono le difese e si rafforzano le certezze dei valori in base ai quali ciascuno decide il corso della propria esistenza. Quei dubbi fanno fondere corazze notturne, che non lasceranno mai chi le ha costruite e indossate. Per questo il silenzio di Andrea, come i suoi interrogativi, gli facevano amare ancora di più quel figlio che cresceva.
Ma il silenzio si spezzò, come un vetro crepato. «Io penso allora che Dio, durante Auschwitz, pregasse. Me lo immagino inginocchiato, davanti alla foto di un bambino impiccato, mentre prega. Ma noi preghiamo Dio. Lui pregava gli uomini. Che non lo hanno ascoltato. Onnipotenti, nell’orrore, sono stati gli uomini. Lui soffriva e non gli restava che pregare ». «Sì, è una bella immagine. In fondo il fatto che Auschwitz ci abbia mostrato la fragilità di Dio ci fa capire che solo se gli uomini si faranno davvero a somiglianza della sua bontà eviteranno la fine del genere umano».

Pezzo bello davvero. Struggente. Argomento già toccato in “FORSE DIO E’ MALATO”. Io sono credente. Pensare che Dio non esiste o se esiste non è buono perché ha permesso guerre, stermini, l’Olocausto… perché permette che bambini vengano seviziati da un medico pazzo, che donne vengano stuprate ed uccise alla fermata di un treno in un Paese civile come il nostro, che persone muoiano dilaniate da bombe, che lavoratori muoiano ogni giorno sul posto di lavoro… Ma non è così, non è Dio che è malato o cattivo o non esiste. Siamo noi che consentiamo che queste cose accadano. Siamo noi con le nostre azioni quotidiane, con la nostra indifferenza, con il nostro essere IO e non NOI. Perché non è Dio ma siamo noi che ce ne freghiamo degli altri, siamo noi che abbiamo consentito ad un megalomane senza morale di fare leggi razziali, e siamo noi che pensiamo solo ai soldi per cui se un’azienda per costruire una casa ci fa risparmiare 50.000 € a perché non rispetta le più elementari norme di sicurezza e/o occupa dipendenti in nero facciamo finta di non saperlo…siamo noi che consentiamo ai datori di lavoro di lucrare sul sangue dei loro operai, perchè c’è una classe politica che non fa niente per impedire che questo avvenga… ma noi non facciamo niente per far sì che questa classe politica cambi e faccia qualcosa…

Olocausto. Io e Walter abbiamo una cosa in comune. Anche io nella mia libreria ho una sezione dedicata alla tragica storia degli ebrei. Anche io non riesco assolutamente a capire PERCHE’? Come sia potuto accadere. Non me lo spiego. E anche per me è un po’ un’ossessione. Tutto è cominciato con il Diario di Anna Frank letto alle medie. Ho pianto e ripianto. Mi ha toccato nel profondo sentire che a Water veniva il groppo in gola a parlare di quei bambini su cui sono stati fatti atroci esperimenti. Avevo già sentito parlare di Mengele ma non conoscevo la storia che ha raccontato lui sui bambini di Bullenhuser Damm di cui ha messo la foto nel libro). Mi vengono i brividi. E ancora oggi se pensao ad Anna Frank chiusa in quel nascondiglio, china su “quelle” pagine, ai suoi pensieri, alla sua adolescenza non vissuta e rubata. …
Poi la mente va a Micol, e al GIARDINO DEI FINZI CONTINI … alla tristezza e all’imminente morte che pervade tutte le pagine dello struggente libro di Bassani…….
Ieri sera approfittando della conferenza io e Paola siamo andate a cena in un’osteria del ghetto ebraico… ovviamente – e per fortuna – non è più un ghetto, ma resta un posto molto suggestivo da vedere e che comunque evoca pensieri profondi.
L’ultimo libro sulla tragedia degli ebrei che ho letto è stato IL ROGO DI BERLINO di Helga Schneider, che è una scrittrice la cui madre era una convinta nazista (era nelle SS), e che ora vive a BOLOGNA. Di suo avevo già letto anche “IO, PICCOLA OSPITE DEL FUHRER” sul suo incontro con Hitler nel bunker. Questa settimana ho acquistato il Diario di Hetty Hillesum che non avevo mai sentito nominare. Ho letto i bellissimi versi che Walter ha messo all’inizio di FORSE DIO E’ MALATO … non sapevo chi fosse e cosa avesse scritto. Quei versi mi hanno colpito per la bellezza e la profondità… l’ho cercata su internet e ho scoperto la sua storia (scrittrice olandese ebrea deportata nei campi di concentramento). Il suo Diario è già nella mia libreria… e, quando il 1° Dicembre si porterà via il pregresso impegno letterale che mi sta occupando ogni momento libero, sarà il secondo libro che leggerò dopo “NOI”..

Il commento è lungo ma mi sono svegliata stamattina con un piacevole ricordo di un amico che ieri per la seconda volta si è prodigato per squotere, svegliare la mia coscienza assopita……
Tornerei ad ascoltarlo anche oggi a Grosseto perché “ho bisogno delle sue parole, ho bisogno di questo scuotimento”… ma mi sono ripromessa di andare alla terza presentazione solo con cognizione di causa e cioè dopo aver letto il libro……………per cui dovrò attendere almeno Dicembre per cibare ancora la mia mente con i suoi dialoghi d’autore…….

TERRORE

Febbraio 11, 2009

Cristiano Godano

Cristiano Godano

Martedì 10 febbraio 2009 ore 21 – Struttura Polivalente “Le notti di Cabiria” Via Santi angolo via Calari

TERRORE – Happening per io narrante perduto in un immaginario claustrofobico.

Protagonista: Cristiano Godano (voce e chitarra, leader dei Marlene Kuntz).

Il secondo dei sei racconti del libro di Cristiano Godano è un lungo monologo in cui il protagonista in presa diretta accompagna il lettore alla catastrofe che sa vivendo, chiuso fra le quattro pareti in picchiata eterna di un ascensore che non si ferma più. Il reading dà voce a questo terremoto emotivo coinvolgendo l’ascoltatore, quasi lo stesse vivendo in prima persona. In una lunga discesa in cui musiche, suoni, rumori e parole concitate danno corpo alle varie atmosfere che il protagonista affronta. Questo il commento sul depliant che illustra i singoli appuntamenti di “FILI DI PAROLE 2009″, nella realtà… è stato proprio così: lettura davvero coinvolgente e ANGOSCIANTE…  è stato come essere assieme al protagonista sull’ascensore in picchiata eterna… partecipi dei suoi pensieri, prima di stupore, poi di rabbia, partecipi delle sue azioni autolesionistiche… e partecipi della sua rassegnazione e della sua agonia finale… prendere l’ascensore stamattina è stato più difficile del solito…

Cristiano Godano

Cristiano Godano

 

Cristiano Godano

Cristiano Godano

 

Cristiano Godano

Cristiano Godano

il-mercante-dacqua(fonte: dalla rete)

Un giovane, che gira il mondo zaino in spalla e si guadagna da vivere con piccoli lavori che gli consentono di continuare a viaggiare, si imbarca un giorno con dei pescatori di coralli e approda su un’isola semideserta. Lì decide di fermarsi. In realtà sull’isola un villaggio c’è e il giovane si trova di fronte una comunità felice, che lo accoglie e lo integra velocemente. La vita prosegue serena fino a quando l’acqua nei pozzi comincia a scarseggiare e poi si esaurisce completamente.
Nell’isola di Terrasecca – questo è il suo nome – c’è anche un padrone: Melebù. Vive in una villa al centro dell’isola circondata da bodyguard e soldati in divisa. Il suo pozzo è l’unico ancora pieno. Per ottenere l’acqua della sopravvivenza, il villaggio decide di accettare il ricatto di Melebù e vendere tutti i pozzi vuoti in cambio di lavoro remunerato con secchi d’acqua (lui organizza una stazione di rifornimento d’acqua per le navi in transito dove fa lavorare gli abitanti dell’isola).
Melebù ha tutte le caratteristiche di un imprenditore ottocentesco, è un “capitalista classico” e vede nei lavoratori soltanto manodopera da sfruttare per ricavarne il massimo profitto. Alla sua morte subentra il nipote, che decide di prendere in considerazione le richieste salariali e sociali del villaggio. La vita sull’isola sembra così migliorare. Anche perché il nuovo padrone permette agli operai di diventare consumatori dei propri prodotti e crea in questo modo nuove esigenze di consumo. Fioriscono nuovi stabilimenti, la pubblicità e i primi fast food: la rincorsa ai consumi disgrega però la comunità-villaggio e i pozzi sono ormai in buona parte avvelenati dalla plastica e dai pesticidi. Un gruppo di ribelli convince allora gli abitanti a boicottare i prodotti industriali e a procurarsi da soli ciò di cui hanno bisogno. Per ritornare al vero vivere, come all’inzio.

LIBRO STUPENDO

VOTO: 09/10

rogoberlino(fonte: dalla rete)

In questo libro, Helga Schneider, ci fa rivivere i momenti più tragici della guerra e del Nazismo dal punto di vista di una piccola bambina. Infatti racconta, a cinquant’anni di distanza, l’infanzia passata nella guerra,: la solitudine dei collegi, le angherie della matrigna, la fame, la sete, la paura dei bombardamenti, l’incontro con il Führer nel bunker della Cancelleria…

Helga viene abbandonata con il fratellino dalla madre, che lascia marito e figli per entrare da volontaria nelle S.S.

Il padre di Helga a breve si risposa e poi parte per la guerra. La piccola Helga e il fratellino Peter si trasferiscono nell’appartamento della matrigna Ursula nella Friedrichsruher Strasse. La matrigna è giovane e non è in grado di tirare su due bambini piccoli. Usa con Helga e Peter due “pesi” e due “misure” diversi: quando sbaglia lui, trova sempre una scusante; quando a sbagliare è la bambina la punisce pesantemente. Helga, senza l’affetto dei genitori si sente sola e indesiderata tanto da tentare invano la fuga. La matrigna la fa rinchiudere prima in un istituto poi in un collegio.

La bambina cresce priva degli affetti familiari e, quando Ursula la va a riprendere lo fa per portarla in un luogo peggiore: uno scantinato dove regnano fame e sete, a condividere la paura delle bombe con altre persone. Solamente il nonno Opa, protegge la bambina, facendole sentire il suo affetto e difendendola di fronte alle ingiustizie della matrigna. Opa, rappresenta l’unica fonte di calore che Helga ha a disposizione in quel freddo mondo.  I bombardamenti si susseguono e ogni giorno la situazione peggiora, anche andare a rifornirsi di acqua diventa pericolosissimo… A poco a poco Helga conosce i vari frequentatori della cantina e descrive minuziosamente la vita là dentro… dover trascorrere il tempo sdraiati perchè privi di energia a causa della mancanza di cibo e acqua, il dover fare i bisogni in un secchio, il condividere lo spazio con persone sofferenti, ammalate. Drammatiche le descrizioni dei cadaveri straziati trovati nell’orto in una delle rare uscite dallo scantinato o visti lungo le strade assieme ai cumuli di macerie della Berlino sotto assedio. E ancor più straziante il racconto dell’arrivo dei russi e dello stupro delle due ragazzine con conseguente morte della gia debilitata Erika.

Un libro struggente e vero che lascia una domanda senza risposta nella testa: “Perchè? Perchè gli uomini sono in grado di arrivare a tanto?”

VOTO: 9/10

Dolce come il cioccolato

Novembre 17, 2008

dolce-come-il-cioccolato

Quello scritto da Laura Esquivel con garbo, freschezza e ironia è un romanzo dalla struttura originale e curiosa: dodici capitoli abbinati ai mesi e costruiti intorno ad altrettante ricette, per rievocare un’inestinguibile e contratata passione amorosa. Fin dal loro primo incontro, poco più che adolescenti, Pedro e tita vengono travolti da un sentimento più grande di loro. Purtroppo, a causa di un’assurda tradizione familiare, per Tita il matrimonio è impossibile: ma per umana volontà e con la complicità del destino, lei e Pedro si ritroveranno a vivere sotto lo stesso tetto come cognati, costretti alla castità e tuttavia legati da una sensualità ancora più accesa. Nasce così una lunga serie di peripezie, che sarebbe ingiusto (e impossibile) riassumere: basti sapere che lo scenario è quello del Messico d’inizio secolo, messo a soqquadro da Pancho Villa; e che protagonisti sono anche l’inflessibile madre e le due sorelle di Tita, le domestiche Nacha e Chencha, un affascinante ufficiale ribelle, un medico di buon cuore e una coloratissima moltitudine di persone, fanstasmi e animali. In questo paesaggio ricco di magie e di passioni, il cibo rivela appieno i suoi significati, i suoi segreti e i suoi poteri: perchè le squisite ricette preparate da Tita affondano le loro radici in un passato mitico, che non ha perso il suo antico vigore; perchè quest’antica sapienza ha infuso negli accostamenti degli aromi la capacità di accendere e risvegliare desideri, ricordi e sentimenti; perchè quando parlare è diventato impossibile, torte di compleanno e peperoni farciti alle noci, timballi battesimali e quaglie ai petali di rosa possono trasmettere lusinghe e dichiarazioni, confessioni e seduzioni, fino a diventare il veicolo di un’inedita comunione erotica. Frutto di una godibile sapienza narrativa e di una raffinata arte culinaria, DOLCE COME IL CIOCCOLATO racconta con grazia e allegria femminili un’indimenticabile storia d’amore, in cui il cibo diventa metafora e strumento espressivo, rito e invenzione, promessa e godimento. (Sopraccoperta di Marco Volpati)

La vita di Tita fin dall’inizio è fortemente legata alle lacrime e al cibo… “Raccontano che Tita era così sensibile che, già quando stava nella pancia della mia bisnonna, quando lei tritava cipolle non smetteva più di piangere; il suo pianto era così forte che Nacha, la cuoca di casa, che era mezzo sorda, lo udiva senza sforzo. Un giorno i singhiozzi furono talmente forti da anticipare il parto. E senza che la mia bisnonna potesse dire bah, Tita venne al mondo prematuramente, sul tavolo della cucina, gra gl odori del minestrone che stava cuocendo, del timo, del lauro, del coriandolo, del latte bollito, dell’aglio e, naturalmente, della cipolla. Come potete immaginare, la consueta sculacciata non fu necessaria, perchè quando Tita nacque già piangeva, forse perchè sapeva che, secondo il suo oroscopo, in questa vita le sarebbe stato negato il matrimonio…”

Tita crebbe in cucina, con la cuoca Nacha, che la nutrì e le insegnò l’arte culinaria. Tita si innamorò di Pedro e ricambiandola Pedro decise di chiedere la sua mano alla madre che però la negò perchè a Tita, ultimogenita, era negato il matrimonio: avrebbe dovuto trascorrere la sua vita occupandosi della madre. A Pedro fu offerta la mano dell’altra figlia Rosaura di 2 anni più grande. Pedro per stare vicino a Tita, che amava di un amore sconfinato, accettò. E i preparativi delle nozze iniziarono.
Tita si occupò con Nacha del pranzo nuziale: “impiegarono più tempo del solito perchè il composto non riusciva ad addensarsi a causa delle lacrime di Tita… E così, abbracciate, piansero finchè a Tita non rimasero più lacrime negli occhi. Allora pianse a secco, e dicono che fa ancora più male, come il parto asciutto, però almeno aveva smesso di bagnare l’impasto della torta, e potè passare alla fase successiva, che è quella del ripieno…” Il giorno delle nozze accadde un fatto strano: “una gran malinconia e un senso di frustrazione si impadronì di tutti gli invitati e li spinse in cortile, nei recinti, nei bagni e ognuno rimpiangeva l’amore della sua vita. Nessuno sfuggì al sortilegio e soltanto pochi fortunati arrivarono nei bagni in tempo; gli altri parteciparono a una vomitata collettiva al centro del cortile. Rosaura, tra conati di vomito fu costretta ad abbandonare il tavolo d’onore… cercando di attraversare il patio scivolò a terra e non rimase una sola parte del vestito che non fosse sporca di vomito. Tita ricavò da Mamma Elena una fenomenale bastonatura, come mai le era capitato di subire. Trascorse due settimane a letto per rimettersi dai colpi. Il motivo di un così colossale castigo era la certezza di Mamma Elena che Tita, in combutta con Nacha, avesse premeditato di rovinare le nozze di Rosaura mescolando un emetico alla torta. Tita non riuscì mai a convincerla che l’unico elemento estraneo erano state le lacrime versate durante la sua preparazione. Nacha non potè testimoniare a suo favore poichè quando Tita andò a cercarla il giorno delle nozze, la trovò morta, con la foto di un antico fidanzato tra le mani.

Il rapporto tra Tita e la madre è descritto da Tita stessa nel momento in cui cerca di procurarsi le quaglie per la ricetta delle quaglie ai petali di rosa… “Uscì in cortile e si mise a inseguire quaglie. Dopo averne catturate sei le portò in cucina e si accinse ad ucciderle, impresa per niente facile dopo che per tanto tempo le aveva allevate e nutrite. Fece un profondo sospiro e afferrata la prima le torse il collo come tante volte aveva visto fare a Nacha, ma lo fece con così poca forza che purtroppo la povera quaglia, invece di morire, si mise a camminare per tutta la cucina con la testa ciondoloni. Questa vista la fece inorridire! Capì che non si può essere deboli quando si uccidono gli animali: o si procede con decisione o si causa soltanto un gran dolore. In quel momento pensò come sarebbe stato bello avere la forza di Mamma Elena. Lei mmazzava così, con un colpo, senza pietà. Beh, a pensarci bene, forse no. Con lei aveva fatto una eccezione, aveva cominciato a ucciderla da bambina, a poco a poco, e ancora non le aveva sferrato il colpo definitivo. Le nozze di Pedro con Rosaura l’avevano ridotta come la quaglia con la testa e l’anima spezzata, e prima di far provare alla quaglia i suoi stessi dolori, con un gesto di pietà e con gran decisione, la finì rapidamente”. Gertrudis, un’altra sorella di Tita, dopo aver mangiato le quaglie alla salsa di rose, fuggì da casa in preda a sensuale furore, si rifugiò in un bordello e, infine rasserenata, diventò l’amante e la sposa di un compagno di Pancho Villa. Intanto Pedro e Rosaura ebbero un figlio. A Rosaura non venne il latte per nutrirlo mentre miracolosamente a Tita sì. Tita nutrì il piccolo di nascosto per non suscitare le gelosie di Rosaura e le ire di Mamma Elena. Quest’ultima però si accorse degli sguardi e della vicinanza tra Pedro e Tita e fece in modo che i due sposi andassero ad abitare altrove. Il piccolo, privo del latte che succhiava dal seno di Tita, morì. Alla notizia, Tita impazzì dal dolore. Di lei si occupò allora il Dott. John Brown che la portò via da casa e la salvò con il suo amore: “Lasci che le dica una cosa che non ho mai confidato a nessuno. Mia nonna aveva una teoria molto interessante. Diceva che, benchè nasciamo con una scatola di cerini dentro di noi, non possiamo accenderli da soli, abbiamo bisogno di ossigeno e dell’aiuto di una candela. L’ossigeno deve provenire, per esempio, dal fiato della persona amata; la candela può essere un tipo qualsiasi di cibo, di musica, di amore, di parola o di suono che faccia scattare il detonatore e accendere in tal modo uno dei fiammiferi. Per un momento ci sentiremo abbagliati da una intensa emozione. Si produrrà dentro di noi un piacevole calore che con il passare del tempo si andrà affievolendo, lentamente, finchè non sopraggiungerà una nuova esplosione a ravvivarlo. Ogni individuo deve scoprire quali sono i detonatori che lo fanno vivere, poichè è la combustione ch esi produce quando uno di essi si accende a nutrire di energia l’anima. Questa combustione è il nostro nutrimento. Se non scopriamo in tempo quali sono i nostri detonatori, la scatola di cerini s’inumidisce e non potremo mai più accendere un solo fiammifero. Se questo accade, l’anima fugge dal nostro corpo, va errando nelle tenebre più profonde e cerca invano di trovare nutrimento da sola. Non sa che glielo potrebbe dare soltanto il corpo che ha lasciato inerme e piendo di freddo… Per questo bisogna star lontani dalle persone che possiedono un fiato gelido. La loro presenza potrebbe, da sola, spegnere il fuoco più intenso, con il risultato che ormai sappiamo…

Naturalmente bisogna anche fare molta attenzione ad accendere i cerini uno per volta. Perchè se per una forte emozione si accendessero tutti insieme, produrrebbero un bagliore così intenso da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente; e allora davanti ai nostri occhi un tunnel splendente ci indicherebbe la strada che abbiamo dimenticato al momento della nascita e ci inviterebbe a ritrovare la nostra perduta origine divina. Quando abbandona il corpo inerte, l’anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta…”

A lungo Tita fu indecisa tra John, buono, semplice e devoto e Pedro, la passione viscerale, furiosa e impossibile. In un primo momento scelse John, ci furono i preparativi per le nozze, ma queste vennero rimandate a causa di un’improvvisa paralisi di mamma Elena che morì dopo poco tempo. Dopo la sua morte Pedro tornò a casa con la moglie e la figlia Esperanza e visse accanto a Tita in uno strano mènage a tre, che rimase invariato fino alla morte di Rosaura. Esperanza, libera come Tita di vivere il suo amore, sposò il figlio di John e andarono assieme via di casa, felici. Pedro e Tita, rimasti soli, decisero finalmente di sposarsi per regolarizzare un’unione mai ufficializzata. Ma non voglio svelare il finale…

VOTO: 8/10

LA CITTA’ DELLA GIOIA

Settembre 23, 2008

TRAMA: Un prete cattolico francese, un giovane medico americano, un’infermiera assamita e un uomo-risciò si incontrano nello sconvolgente scenario di un quartiere di Calcutta per aiutare, curare, salvare. Condannati a essere eroi, lottano e vincono in mezzo alle settantamila “luci del mondo” che popolano la Città della Gioia. La loro epopea è un canto d’amore, un inno alla vita, una lezione di tenerezza e di speranza per gli uomini del nostro tempo.

Scrive l’autore, nel risvolto di copertina: “Mi trovavo a Calcutta e un giorno un uomo-risciò mi condusse in uno dei quartieri più poveri e sovrappopolati di questa città, dove trecentomila senzatetto vivono nelle strade. Conoscere questo quartiere che si chiama Anand Nagar, la Città della Gioia, ha cambiato la mia vita. In questo inferno ho infatti trovato più eroismo, più amore, più solidarietà, più gioia che in molte altre metropoli del nostro ricco occidente. Ho incontrato gente che non ha niente e tuttavia possiede tutto. In tanta bruttura, nel fango e nella sporcizia ho scoperto più bellezza e speranza che in molti dei nostri paradisi. E soprattutto ho scoperto che questa città disumana ha il magico potere di creare dei santi. Santi come Madre Teresa, ma anche santi sconosciuti come Paul Lambert, sacerdote cattolico francese che si è stabilito nella Città della Gioia per dividere l’esistenza dei più diseredati e soccorrerli. Come il giovane medico americano venuto dalla Florida per curare uomini senza alcuna risorsa medica. Come il vecchio londinese fabbricane di camicie che salva bambini e lebbrosi. Come Bandona, la dolce infermiera assamita divenuta l’Angelo di misericordia di tutti gli inferlici della città della Gioia. Come migliaia di uomini, donne e bambini, condannati a sopravvivere conpoche rupie al giorno, a superare le maledizioni di un destino implacabile. A vincere con il sorriso. Per raccontare la loro epopea, mi sono immerso per mesi nella tremenda realtà del loro quartiere. Ho dormito nel tugurio di Lambert, un bugigattolo di un metro per due, senz’aria nè luce, invaso dall’acqua e dallo straripamento delle fogne a ogni temporale. Ho vissuto per giorni e giorni con Lambert, Max e Bandona nella piccola colonia di lebbrosi in fondo alla bidonville e ho scoperto la straordinaria cultura, il loro gusto per le feste. Ho trascorso molte ore con il padrino della mafia locale, un uomo la cui statura ricorda quella dei grandi imperatori mongoli. Ho assistito alle suggestive rappresentaioni della leggenda del Ramayana. Insieme ai bambini ho partecipato al gioco più importante della bidonville, quello del cervo volante: un aquilone fatto di pezzi di cartone e di tela che porta con sè sopra il grigiore dei tetti tutti i sogni di questo popolo di condannati. Ho partecipato alle nascite, ai matrimoni, alle cremazioni, alle feste degli indù, dei musulmani, dei sikh, dei cristiani e di tutte le comunità di questo mosaico di popoli e religioni. Ho tirato risciò e arrotolato bidi nei laboratori simili a galere dove bambini di sei o sette anni preparano milleduecento sigarette al giorno. Ho imparato a lavarmi dalla testa ai piedi con meno di mezzo litro di acqua. Ma soprattutto ho imparato a mantenere sempre il sorriso, a ringraziare Dio per il più piccolo beneficio, a ascoltare gli altri, a non avere paura della morte, a non disperare mai.”

E’ un libro sconvolgente, che consiglio a tutti. Ci sono descrizioni strazianti di sofferenze e patimenti… del caldo soffocante sulla città…

“L’estate infliggeva agli abitanti di quella parte del mondo sofferenze difficilmente immaginabili. Come sempre, i più diseredati, i miserabili degli slum, erano i più crudelmente colpiti. Nelle catapecchie senza finestre dove si ammucchiavano fino a quindici persone, nei piccoli cortili arroventati tutto il giorno da un sole implacabile, nelle viuzze talmente strette che non circolava mai un alito d’aria, i mesi estivi che precedevano il monsone erano una tortura non meno atroce della fame, aggravata dal fatto che l’estrema povertà e la mancanza di energia elettrica impedivano l’uso di un ventilatore… La gente andava in giro solo al riparo di un ombrello. Chi non ne aveva si riparava come poteva, con un giornale, un sacco di tela, un lembo del sari… la canicola era sempre accompagnata da un tasso di umidità che poteva raggiungere il cento per cento. Il minimo movimento, pochi passi, scendere una scala, facevano colare rivoli di sudore. Dalle 10 del mattino, ogni lavoro fisico diventava impossibile. Uomini e animali erano come impietriti nell’incandescenza dell’aria immobile. Non un alito di vento. Il riverbero era talmente intenso che Lambert, il quale non possedeva occhiali neri, ebbe l’impressione di ricevere piombo fuso negli occhi. Avventurarsi a piedi nudi sull’asfalto delle strade era un supplizio ancor più doloroso. Il bitume liquefatto ti strappava la pianta dei piedi a brandelli. Tirare un risciò su quel tappeto infuocato era puro eroismo. Slanciarsi, trotterellare, fermarsi, ripartire con le ruote che s’invischiavano nella poltiglia bollente era un’impresa da ripetere senza fine…Gli abitanti della Città della Gioia resistettero sei giorni, poi ebbe inizio l’ecatombe. Con i polmoni prosciugati dall’aria torrida, il corpo svuotato della sua sostanza, cominciarono a morire tubercolotici, asmatici, molti lattanti…”

La descrizione del mondo del lavoro è lucida e attualissima: “Una sera Mehboub tornò dal lavoro con la faccia stravolta. Al cantiere navale avevano licenziato tutta la mano d’opera giornaliera. Era una pratica corrente da quando una legge obbligava gli imprenditori a retribuire mensilmente gli operai dopo qualche mese di lavoro. A eccezione degli interessati, nessuno si augurava di vederla applicare. Si diceva anche che governo, datori di lavoro e perfino i sindacati fossero d’accordo per farla fallire. Il governo perchè l’aumento di salariati mensili rafforzava fatalmente la potenza dei sindacati; i datori di lavoro perchè una mano d’opera che lavorava a titolo precario si poteva sfruttare meglio, e infine i sindacati perchè erano composti di salariati mensili desiderosi di limitare i vantaggi alla loro minoranza… La conseguenza era che tutti quanti cospiravano ad aggirare la legge. Per non dover assumere a titolo definitivo, si licenziava quindi periodicamente. Poi si riassumeva. Migliaia di uomini vivevano perciò ossessionati dalla paura di non ritrovare il loro posto da un giorno all’altro. Dopo tredici o quattordici anni di lavoro, quando non era più possibile rifiutare il passaggio di ruolo, venivano licenziati definitivamente….” Ricorda qualcosa???

 Ma quello che più colpisce è l’amore e la solidarietà di queste persone che non hanno nulla…  Nella città della Gioia “si praticavano l’amore e l’aiuto reciproco, la spartizione con chi era anche più povero, la tolleranza verso ogni fede o casta, il rispetto per il forestiero, la giusta carità per i mendicanti, gli infermi, i lebbrosi e perfino i pazzi. I deboli venivano aiutati invece di essere annientati, gli orfani immediatamente adottati dai vicini, i vecchi presi a carico e venerati dai figli”. E la cosa che più mi ha sconvolto è proprio l’estremo gesto d’amore che compie Hasari, debilitato dalla febbre rossa, per garantire comunque il matrimonio della figlia. Non voglio riportarlo perchè è davvero una descrizione terribile, che tocca il cuore e lo stomaco e perchè spero che tutti quelli che anche solo per caso si ritroveranno a leggere questo mio breve commento acquistino o prendano a prestito dalla biblioteca il libro, perchè merita davvero di essere letto. Dopo averlo letto si rimane un attimo con l’angoscia di quel mondo così lontano ma, soprattutto, ci si rende conto di essere davvero fortunati, di quanto ci si lamenti per nulla, di quante energie, tempo e denaro vengano sprecati per rincorrere cose inutili.

Voto: 9/10