TRAVAGLIO è un mito………

rogoberlino(fonte: dalla rete)

In questo libro, Helga Schneider, ci fa rivivere i momenti più tragici della guerra e del Nazismo dal punto di vista di una piccola bambina. Infatti racconta, a cinquant’anni di distanza, l’infanzia passata nella guerra,: la solitudine dei collegi, le angherie della matrigna, la fame, la sete, la paura dei bombardamenti, l’incontro con il Führer nel bunker della Cancelleria…

Helga viene abbandonata con il fratellino dalla madre, che lascia marito e figli per entrare da volontaria nelle S.S.

Il padre di Helga a breve si risposa e poi parte per la guerra. La piccola Helga e il fratellino Peter si trasferiscono nell’appartamento della matrigna Ursula nella Friedrichsruher Strasse. La matrigna è giovane e non è in grado di tirare su due bambini piccoli. Usa con Helga e Peter due “pesi” e due “misure” diversi: quando sbaglia lui, trova sempre una scusante; quando a sbagliare è la bambina la punisce pesantemente. Helga, senza l’affetto dei genitori si sente sola e indesiderata tanto da tentare invano la fuga. La matrigna la fa rinchiudere prima in un istituto poi in un collegio.

La bambina cresce priva degli affetti familiari e, quando Ursula la va a riprendere lo fa per portarla in un luogo peggiore: uno scantinato dove regnano fame e sete, a condividere la paura delle bombe con altre persone. Solamente il nonno Opa, protegge la bambina, facendole sentire il suo affetto e difendendola di fronte alle ingiustizie della matrigna. Opa, rappresenta l’unica fonte di calore che Helga ha a disposizione in quel freddo mondo.  I bombardamenti si susseguono e ogni giorno la situazione peggiora, anche andare a rifornirsi di acqua diventa pericolosissimo… A poco a poco Helga conosce i vari frequentatori della cantina e descrive minuziosamente la vita là dentro… dover trascorrere il tempo sdraiati perchè privi di energia a causa della mancanza di cibo e acqua, il dover fare i bisogni in un secchio, il condividere lo spazio con persone sofferenti, ammalate. Drammatiche le descrizioni dei cadaveri straziati trovati nell’orto in una delle rare uscite dallo scantinato o visti lungo le strade assieme ai cumuli di macerie della Berlino sotto assedio. E ancor più straziante il racconto dell’arrivo dei russi e dello stupro delle due ragazzine con conseguente morte della gia debilitata Erika.

Un libro struggente e vero che lascia una domanda senza risposta nella testa: “Perchè? Perchè gli uomini sono in grado di arrivare a tanto?”

VOTO: 9/10

Dolce come il cioccolato

Novembre 17, 2008

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Quello scritto da Laura Esquivel con garbo, freschezza e ironia è un romanzo dalla struttura originale e curiosa: dodici capitoli abbinati ai mesi e costruiti intorno ad altrettante ricette, per rievocare un’inestinguibile e contratata passione amorosa. Fin dal loro primo incontro, poco più che adolescenti, Pedro e tita vengono travolti da un sentimento più grande di loro. Purtroppo, a causa di un’assurda tradizione familiare, per Tita il matrimonio è impossibile: ma per umana volontà e con la complicità del destino, lei e Pedro si ritroveranno a vivere sotto lo stesso tetto come cognati, costretti alla castità e tuttavia legati da una sensualità ancora più accesa. Nasce così una lunga serie di peripezie, che sarebbe ingiusto (e impossibile) riassumere: basti sapere che lo scenario è quello del Messico d’inizio secolo, messo a soqquadro da Pancho Villa; e che protagonisti sono anche l’inflessibile madre e le due sorelle di Tita, le domestiche Nacha e Chencha, un affascinante ufficiale ribelle, un medico di buon cuore e una coloratissima moltitudine di persone, fanstasmi e animali. In questo paesaggio ricco di magie e di passioni, il cibo rivela appieno i suoi significati, i suoi segreti e i suoi poteri: perchè le squisite ricette preparate da Tita affondano le loro radici in un passato mitico, che non ha perso il suo antico vigore; perchè quest’antica sapienza ha infuso negli accostamenti degli aromi la capacità di accendere e risvegliare desideri, ricordi e sentimenti; perchè quando parlare è diventato impossibile, torte di compleanno e peperoni farciti alle noci, timballi battesimali e quaglie ai petali di rosa possono trasmettere lusinghe e dichiarazioni, confessioni e seduzioni, fino a diventare il veicolo di un’inedita comunione erotica. Frutto di una godibile sapienza narrativa e di una raffinata arte culinaria, DOLCE COME IL CIOCCOLATO racconta con grazia e allegria femminili un’indimenticabile storia d’amore, in cui il cibo diventa metafora e strumento espressivo, rito e invenzione, promessa e godimento. (Sopraccoperta di Marco Volpati)

La vita di Tita fin dall’inizio è fortemente legata alle lacrime e al cibo… “Raccontano che Tita era così sensibile che, già quando stava nella pancia della mia bisnonna, quando lei tritava cipolle non smetteva più di piangere; il suo pianto era così forte che Nacha, la cuoca di casa, che era mezzo sorda, lo udiva senza sforzo. Un giorno i singhiozzi furono talmente forti da anticipare il parto. E senza che la mia bisnonna potesse dire bah, Tita venne al mondo prematuramente, sul tavolo della cucina, gra gl odori del minestrone che stava cuocendo, del timo, del lauro, del coriandolo, del latte bollito, dell’aglio e, naturalmente, della cipolla. Come potete immaginare, la consueta sculacciata non fu necessaria, perchè quando Tita nacque già piangeva, forse perchè sapeva che, secondo il suo oroscopo, in questa vita le sarebbe stato negato il matrimonio…”

Tita crebbe in cucina, con la cuoca Nacha, che la nutrì e le insegnò l’arte culinaria. Tita si innamorò di Pedro e ricambiandola Pedro decise di chiedere la sua mano alla madre che però la negò perchè a Tita, ultimogenita, era negato il matrimonio: avrebbe dovuto trascorrere la sua vita occupandosi della madre. A Pedro fu offerta la mano dell’altra figlia Rosaura di 2 anni più grande. Pedro per stare vicino a Tita, che amava di un amore sconfinato, accettò. E i preparativi delle nozze iniziarono.
Tita si occupò con Nacha del pranzo nuziale: “impiegarono più tempo del solito perchè il composto non riusciva ad addensarsi a causa delle lacrime di Tita… E così, abbracciate, piansero finchè a Tita non rimasero più lacrime negli occhi. Allora pianse a secco, e dicono che fa ancora più male, come il parto asciutto, però almeno aveva smesso di bagnare l’impasto della torta, e potè passare alla fase successiva, che è quella del ripieno…” Il giorno delle nozze accadde un fatto strano: “una gran malinconia e un senso di frustrazione si impadronì di tutti gli invitati e li spinse in cortile, nei recinti, nei bagni e ognuno rimpiangeva l’amore della sua vita. Nessuno sfuggì al sortilegio e soltanto pochi fortunati arrivarono nei bagni in tempo; gli altri parteciparono a una vomitata collettiva al centro del cortile. Rosaura, tra conati di vomito fu costretta ad abbandonare il tavolo d’onore… cercando di attraversare il patio scivolò a terra e non rimase una sola parte del vestito che non fosse sporca di vomito. Tita ricavò da Mamma Elena una fenomenale bastonatura, come mai le era capitato di subire. Trascorse due settimane a letto per rimettersi dai colpi. Il motivo di un così colossale castigo era la certezza di Mamma Elena che Tita, in combutta con Nacha, avesse premeditato di rovinare le nozze di Rosaura mescolando un emetico alla torta. Tita non riuscì mai a convincerla che l’unico elemento estraneo erano state le lacrime versate durante la sua preparazione. Nacha non potè testimoniare a suo favore poichè quando Tita andò a cercarla il giorno delle nozze, la trovò morta, con la foto di un antico fidanzato tra le mani.

Il rapporto tra Tita e la madre è descritto da Tita stessa nel momento in cui cerca di procurarsi le quaglie per la ricetta delle quaglie ai petali di rosa… “Uscì in cortile e si mise a inseguire quaglie. Dopo averne catturate sei le portò in cucina e si accinse ad ucciderle, impresa per niente facile dopo che per tanto tempo le aveva allevate e nutrite. Fece un profondo sospiro e afferrata la prima le torse il collo come tante volte aveva visto fare a Nacha, ma lo fece con così poca forza che purtroppo la povera quaglia, invece di morire, si mise a camminare per tutta la cucina con la testa ciondoloni. Questa vista la fece inorridire! Capì che non si può essere deboli quando si uccidono gli animali: o si procede con decisione o si causa soltanto un gran dolore. In quel momento pensò come sarebbe stato bello avere la forza di Mamma Elena. Lei mmazzava così, con un colpo, senza pietà. Beh, a pensarci bene, forse no. Con lei aveva fatto una eccezione, aveva cominciato a ucciderla da bambina, a poco a poco, e ancora non le aveva sferrato il colpo definitivo. Le nozze di Pedro con Rosaura l’avevano ridotta come la quaglia con la testa e l’anima spezzata, e prima di far provare alla quaglia i suoi stessi dolori, con un gesto di pietà e con gran decisione, la finì rapidamente”. Gertrudis, un’altra sorella di Tita, dopo aver mangiato le quaglie alla salsa di rose, fuggì da casa in preda a sensuale furore, si rifugiò in un bordello e, infine rasserenata, diventò l’amante e la sposa di un compagno di Pancho Villa. Intanto Pedro e Rosaura ebbero un figlio. A Rosaura non venne il latte per nutrirlo mentre miracolosamente a Tita sì. Tita nutrì il piccolo di nascosto per non suscitare le gelosie di Rosaura e le ire di Mamma Elena. Quest’ultima però si accorse degli sguardi e della vicinanza tra Pedro e Tita e fece in modo che i due sposi andassero ad abitare altrove. Il piccolo, privo del latte che succhiava dal seno di Tita, morì. Alla notizia, Tita impazzì dal dolore. Di lei si occupò allora il Dott. John Brown che la portò via da casa e la salvò con il suo amore: “Lasci che le dica una cosa che non ho mai confidato a nessuno. Mia nonna aveva una teoria molto interessante. Diceva che, benchè nasciamo con una scatola di cerini dentro di noi, non possiamo accenderli da soli, abbiamo bisogno di ossigeno e dell’aiuto di una candela. L’ossigeno deve provenire, per esempio, dal fiato della persona amata; la candela può essere un tipo qualsiasi di cibo, di musica, di amore, di parola o di suono che faccia scattare il detonatore e accendere in tal modo uno dei fiammiferi. Per un momento ci sentiremo abbagliati da una intensa emozione. Si produrrà dentro di noi un piacevole calore che con il passare del tempo si andrà affievolendo, lentamente, finchè non sopraggiungerà una nuova esplosione a ravvivarlo. Ogni individuo deve scoprire quali sono i detonatori che lo fanno vivere, poichè è la combustione ch esi produce quando uno di essi si accende a nutrire di energia l’anima. Questa combustione è il nostro nutrimento. Se non scopriamo in tempo quali sono i nostri detonatori, la scatola di cerini s’inumidisce e non potremo mai più accendere un solo fiammifero. Se questo accade, l’anima fugge dal nostro corpo, va errando nelle tenebre più profonde e cerca invano di trovare nutrimento da sola. Non sa che glielo potrebbe dare soltanto il corpo che ha lasciato inerme e piendo di freddo… Per questo bisogna star lontani dalle persone che possiedono un fiato gelido. La loro presenza potrebbe, da sola, spegnere il fuoco più intenso, con il risultato che ormai sappiamo…

Naturalmente bisogna anche fare molta attenzione ad accendere i cerini uno per volta. Perchè se per una forte emozione si accendessero tutti insieme, produrrebbero un bagliore così intenso da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente; e allora davanti ai nostri occhi un tunnel splendente ci indicherebbe la strada che abbiamo dimenticato al momento della nascita e ci inviterebbe a ritrovare la nostra perduta origine divina. Quando abbandona il corpo inerte, l’anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta…”

A lungo Tita fu indecisa tra John, buono, semplice e devoto e Pedro, la passione viscerale, furiosa e impossibile. In un primo momento scelse John, ci furono i preparativi per le nozze, ma queste vennero rimandate a causa di un’improvvisa paralisi di mamma Elena che morì dopo poco tempo. Dopo la sua morte Pedro tornò a casa con la moglie e la figlia Esperanza e visse accanto a Tita in uno strano mènage a tre, che rimase invariato fino alla morte di Rosaura. Esperanza, libera come Tita di vivere il suo amore, sposò il figlio di John e andarono assieme via di casa, felici. Pedro e Tita, rimasti soli, decisero finalmente di sposarsi per regolarizzare un’unione mai ufficializzata. Ma non voglio svelare il finale…

VOTO: 8/10