PLACEBO… sono tornati finalmente…
Maggio 26, 2009
Finalmente una stella riluce nell’oscurità totale del desolato panorama musicale attuale… La stella di Brian Molko e dei PLACEBO: FOR WHAT IT’S WORTH è il singolo che preannuncia il nuovo album.
Testo cupo e significativo. Video semplice ed efficace.
A Giugno uscirà l’intero album “Battle for the sun”…
VIDEO:
For What It’s Worth
Testo “For What It’s Worth”
The end of the century
I said my goodbyes
For what it’s worth
I always aim to please
But I nearly died
For what it’s worth
Come on lay with me
‘Cause I’m on fire
For what it’s worth
I tear the sun in three
To light up your eyes
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
Broke up the family
Everybody cried
For what it’s worth
I have a slow disease
That sucked me dry
For what it’s worth
Come on walk with me
Into the rising tide
For what it’s worth
Filled a cavity
Your god shaped hole tonight
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
For what it’s worth
No one cares when you’re out on the street
Picking up the pieces to make ends meet
No one cares when you’re down in the gutter
Got no friends got no lover
No one cares when you’re out on the street
Picking up the pieces to make ends meet
No one cares when you’re down in the gutter
Got no friends got no lover
For what it’s worth
Got no lover
For what it’s worth
Got no lover
For what it’s worth
Got no lover
For what it’s worth
Got no lover
For what it’s worth
Got no lover
For what it’s worth
Got no lover
For what it’s worth
Got no lover
Got no friends got no lover
TRADUZIONE “PER CIO’ CHE VALE”
La fine del secolo
Ho pronunciato i miei addii
Per ciò che vale
Ho sempre aspirato a piacere
Ma sono quasi morto
Per ciò che vale
Dai stenditi con me
Perchè sono in fiamme
Per ciò che vale
Squarcio il sole in tre
Per illuminare i tuoi occhi
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Ho distrutto la famiglia
Tutti hanno pianto
Per ciò che vale
Ho una malattia lenta
Che mi ha prosciugato
Per ciò che vale
Dai cammina con me
Nella marea che sale
Per ciò che vale
Ho riempito una cavità
La tua buca a forma di dio stanotte
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
Per ciò che vale
A nessuno interessa quando sei fuori, sulla strada
Raccogliendo i pezzi per rimetterti in sesto
A nessuno interessa quando sei giù nelle fogne
Non ho amici non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Per ciò che vale
Non ho amante
Non ho amici non ho amante
TERRORE
Febbraio 11, 2009
Martedì 10 febbraio 2009 ore 21 – Struttura Polivalente “Le notti di Cabiria” Via Santi angolo via Calari
TERRORE – Happening per io narrante perduto in un immaginario claustrofobico.
Protagonista: Cristiano Godano (voce e chitarra, leader dei Marlene Kuntz).
Il secondo dei sei racconti del libro di Cristiano Godano è un lungo monologo in cui il protagonista in presa diretta accompagna il lettore alla catastrofe che sa vivendo, chiuso fra le quattro pareti in picchiata eterna di un ascensore che non si ferma più. Il reading dà voce a questo terremoto emotivo coinvolgendo l’ascoltatore, quasi lo stesse vivendo in prima persona. In una lunga discesa in cui musiche, suoni, rumori e parole concitate danno corpo alle varie atmosfere che il protagonista affronta. Questo il commento sul depliant che illustra i singoli appuntamenti di “FILI DI PAROLE 2009″, nella realtà… è stato proprio così: lettura davvero coinvolgente e ANGOSCIANTE… è stato come essere assieme al protagonista sull’ascensore in picchiata eterna… partecipi dei suoi pensieri, prima di stupore, poi di rabbia, partecipi delle sue azioni autolesionistiche… e partecipi della sua rassegnazione e della sua agonia finale… prendere l’ascensore stamattina è stato più difficile del solito…
IL MERCANTE D’ACQUA di FRANCESCO GESUALDI
Dicembre 10, 2008
(fonte: dalla rete)
Un giovane, che gira il mondo zaino in spalla e si guadagna da vivere con piccoli lavori che gli consentono di continuare a viaggiare, si imbarca un giorno con dei pescatori di coralli e approda su un’isola semideserta. Lì decide di fermarsi. In realtà sull’isola un villaggio c’è e il giovane si trova di fronte una comunità felice, che lo accoglie e lo integra velocemente. La vita prosegue serena fino a quando l’acqua nei pozzi comincia a scarseggiare e poi si esaurisce completamente.
Nell’isola di Terrasecca – questo è il suo nome – c’è anche un padrone: Melebù. Vive in una villa al centro dell’isola circondata da bodyguard e soldati in divisa. Il suo pozzo è l’unico ancora pieno. Per ottenere l’acqua della sopravvivenza, il villaggio decide di accettare il ricatto di Melebù e vendere tutti i pozzi vuoti in cambio di lavoro remunerato con secchi d’acqua (lui organizza una stazione di rifornimento d’acqua per le navi in transito dove fa lavorare gli abitanti dell’isola).
Melebù ha tutte le caratteristiche di un imprenditore ottocentesco, è un “capitalista classico” e vede nei lavoratori soltanto manodopera da sfruttare per ricavarne il massimo profitto. Alla sua morte subentra il nipote, che decide di prendere in considerazione le richieste salariali e sociali del villaggio. La vita sull’isola sembra così migliorare. Anche perché il nuovo padrone permette agli operai di diventare consumatori dei propri prodotti e crea in questo modo nuove esigenze di consumo. Fioriscono nuovi stabilimenti, la pubblicità e i primi fast food: la rincorsa ai consumi disgrega però la comunità-villaggio e i pozzi sono ormai in buona parte avvelenati dalla plastica e dai pesticidi. Un gruppo di ribelli convince allora gli abitanti a boicottare i prodotti industriali e a procurarsi da soli ciò di cui hanno bisogno. Per ritornare al vero vivere, come all’inzio.
LIBRO STUPENDO
VOTO: 09/10
Il Berlusca e l’OTTIMISMO…
Novembre 29, 2008
TRAVAGLIO è un mito………
IL ROGO DI BERLINO di Helga Schneider
Novembre 29, 2008
(fonte: dalla rete)
In questo libro, Helga Schneider, ci fa rivivere i momenti più tragici della guerra e del Nazismo dal punto di vista di una piccola bambina. Infatti racconta, a cinquant’anni di distanza, l’infanzia passata nella guerra,: la solitudine dei collegi, le angherie della matrigna, la fame, la sete, la paura dei bombardamenti, l’incontro con il Führer nel bunker della Cancelleria…
Helga viene abbandonata con il fratellino dalla madre, che lascia marito e figli per entrare da volontaria nelle S.S.
Il padre di Helga a breve si risposa e poi parte per la guerra. La piccola Helga e il fratellino Peter si trasferiscono nell’appartamento della matrigna Ursula nella Friedrichsruher Strasse. La matrigna è giovane e non è in grado di tirare su due bambini piccoli. Usa con Helga e Peter due “pesi” e due “misure” diversi: quando sbaglia lui, trova sempre una scusante; quando a sbagliare è la bambina la punisce pesantemente. Helga, senza l’affetto dei genitori si sente sola e indesiderata tanto da tentare invano la fuga. La matrigna la fa rinchiudere prima in un istituto poi in un collegio.
La bambina cresce priva degli affetti familiari e, quando Ursula la va a riprendere lo fa per portarla in un luogo peggiore: uno scantinato dove regnano fame e sete, a condividere la paura delle bombe con altre persone. Solamente il nonno Opa, protegge la bambina, facendole sentire il suo affetto e difendendola di fronte alle ingiustizie della matrigna. Opa, rappresenta l’unica fonte di calore che Helga ha a disposizione in quel freddo mondo. I bombardamenti si susseguono e ogni giorno la situazione peggiora, anche andare a rifornirsi di acqua diventa pericolosissimo… A poco a poco Helga conosce i vari frequentatori della cantina e descrive minuziosamente la vita là dentro… dover trascorrere il tempo sdraiati perchè privi di energia a causa della mancanza di cibo e acqua, il dover fare i bisogni in un secchio, il condividere lo spazio con persone sofferenti, ammalate. Drammatiche le descrizioni dei cadaveri straziati trovati nell’orto in una delle rare uscite dallo scantinato o visti lungo le strade assieme ai cumuli di macerie della Berlino sotto assedio. E ancor più straziante il racconto dell’arrivo dei russi e dello stupro delle due ragazzine con conseguente morte della gia debilitata Erika.
Un libro struggente e vero che lascia una domanda senza risposta nella testa: “Perchè? Perchè gli uomini sono in grado di arrivare a tanto?”
VOTO: 9/10
Dolce come il cioccolato
Novembre 17, 2008

Quello scritto da Laura Esquivel con garbo, freschezza e ironia è un romanzo dalla struttura originale e curiosa: dodici capitoli abbinati ai mesi e costruiti intorno ad altrettante ricette, per rievocare un’inestinguibile e contratata passione amorosa. Fin dal loro primo incontro, poco più che adolescenti, Pedro e tita vengono travolti da un sentimento più grande di loro. Purtroppo, a causa di un’assurda tradizione familiare, per Tita il matrimonio è impossibile: ma per umana volontà e con la complicità del destino, lei e Pedro si ritroveranno a vivere sotto lo stesso tetto come cognati, costretti alla castità e tuttavia legati da una sensualità ancora più accesa. Nasce così una lunga serie di peripezie, che sarebbe ingiusto (e impossibile) riassumere: basti sapere che lo scenario è quello del Messico d’inizio secolo, messo a soqquadro da Pancho Villa; e che protagonisti sono anche l’inflessibile madre e le due sorelle di Tita, le domestiche Nacha e Chencha, un affascinante ufficiale ribelle, un medico di buon cuore e una coloratissima moltitudine di persone, fanstasmi e animali. In questo paesaggio ricco di magie e di passioni, il cibo rivela appieno i suoi significati, i suoi segreti e i suoi poteri: perchè le squisite ricette preparate da Tita affondano le loro radici in un passato mitico, che non ha perso il suo antico vigore; perchè quest’antica sapienza ha infuso negli accostamenti degli aromi la capacità di accendere e risvegliare desideri, ricordi e sentimenti; perchè quando parlare è diventato impossibile, torte di compleanno e peperoni farciti alle noci, timballi battesimali e quaglie ai petali di rosa possono trasmettere lusinghe e dichiarazioni, confessioni e seduzioni, fino a diventare il veicolo di un’inedita comunione erotica. Frutto di una godibile sapienza narrativa e di una raffinata arte culinaria, DOLCE COME IL CIOCCOLATO racconta con grazia e allegria femminili un’indimenticabile storia d’amore, in cui il cibo diventa metafora e strumento espressivo, rito e invenzione, promessa e godimento. (Sopraccoperta di Marco Volpati)
La vita di Tita fin dall’inizio è fortemente legata alle lacrime e al cibo… “Raccontano che Tita era così sensibile che, già quando stava nella pancia della mia bisnonna, quando lei tritava cipolle non smetteva più di piangere; il suo pianto era così forte che Nacha, la cuoca di casa, che era mezzo sorda, lo udiva senza sforzo. Un giorno i singhiozzi furono talmente forti da anticipare il parto. E senza che la mia bisnonna potesse dire bah, Tita venne al mondo prematuramente, sul tavolo della cucina, gra gl odori del minestrone che stava cuocendo, del timo, del lauro, del coriandolo, del latte bollito, dell’aglio e, naturalmente, della cipolla. Come potete immaginare, la consueta sculacciata non fu necessaria, perchè quando Tita nacque già piangeva, forse perchè sapeva che, secondo il suo oroscopo, in questa vita le sarebbe stato negato il matrimonio…”
Tita crebbe in cucina, con la cuoca Nacha, che la nutrì e le insegnò l’arte culinaria. Tita si innamorò di Pedro e ricambiandola Pedro decise di chiedere la sua mano alla madre che però la negò perchè a Tita, ultimogenita, era negato il matrimonio: avrebbe dovuto trascorrere la sua vita occupandosi della madre. A Pedro fu offerta la mano dell’altra figlia Rosaura di 2 anni più grande. Pedro per stare vicino a Tita, che amava di un amore sconfinato, accettò. E i preparativi delle nozze iniziarono.
Tita si occupò con Nacha del pranzo nuziale: “impiegarono più tempo del solito perchè il composto non riusciva ad addensarsi a causa delle lacrime di Tita… E così, abbracciate, piansero finchè a Tita non rimasero più lacrime negli occhi. Allora pianse a secco, e dicono che fa ancora più male, come il parto asciutto, però almeno aveva smesso di bagnare l’impasto della torta, e potè passare alla fase successiva, che è quella del ripieno…” Il giorno delle nozze accadde un fatto strano: “una gran malinconia e un senso di frustrazione si impadronì di tutti gli invitati e li spinse in cortile, nei recinti, nei bagni e ognuno rimpiangeva l’amore della sua vita. Nessuno sfuggì al sortilegio e soltanto pochi fortunati arrivarono nei bagni in tempo; gli altri parteciparono a una vomitata collettiva al centro del cortile. Rosaura, tra conati di vomito fu costretta ad abbandonare il tavolo d’onore… cercando di attraversare il patio scivolò a terra e non rimase una sola parte del vestito che non fosse sporca di vomito. Tita ricavò da Mamma Elena una fenomenale bastonatura, come mai le era capitato di subire. Trascorse due settimane a letto per rimettersi dai colpi. Il motivo di un così colossale castigo era la certezza di Mamma Elena che Tita, in combutta con Nacha, avesse premeditato di rovinare le nozze di Rosaura mescolando un emetico alla torta. Tita non riuscì mai a convincerla che l’unico elemento estraneo erano state le lacrime versate durante la sua preparazione. Nacha non potè testimoniare a suo favore poichè quando Tita andò a cercarla il giorno delle nozze, la trovò morta, con la foto di un antico fidanzato tra le mani.
Il rapporto tra Tita e la madre è descritto da Tita stessa nel momento in cui cerca di procurarsi le quaglie per la ricetta delle quaglie ai petali di rosa… “Uscì in cortile e si mise a inseguire quaglie. Dopo averne catturate sei le portò in cucina e si accinse ad ucciderle, impresa per niente facile dopo che per tanto tempo le aveva allevate e nutrite. Fece un profondo sospiro e afferrata la prima le torse il collo come tante volte aveva visto fare a Nacha, ma lo fece con così poca forza che purtroppo la povera quaglia, invece di morire, si mise a camminare per tutta la cucina con la testa ciondoloni. Questa vista la fece inorridire! Capì che non si può essere deboli quando si uccidono gli animali: o si procede con decisione o si causa soltanto un gran dolore. In quel momento pensò come sarebbe stato bello avere la forza di Mamma Elena. Lei mmazzava così, con un colpo, senza pietà. Beh, a pensarci bene, forse no. Con lei aveva fatto una eccezione, aveva cominciato a ucciderla da bambina, a poco a poco, e ancora non le aveva sferrato il colpo definitivo. Le nozze di Pedro con Rosaura l’avevano ridotta come la quaglia con la testa e l’anima spezzata, e prima di far provare alla quaglia i suoi stessi dolori, con un gesto di pietà e con gran decisione, la finì rapidamente”. Gertrudis, un’altra sorella di Tita, dopo aver mangiato le quaglie alla salsa di rose, fuggì da casa in preda a sensuale furore, si rifugiò in un bordello e, infine rasserenata, diventò l’amante e la sposa di un compagno di Pancho Villa. Intanto Pedro e Rosaura ebbero un figlio. A Rosaura non venne il latte per nutrirlo mentre miracolosamente a Tita sì. Tita nutrì il piccolo di nascosto per non suscitare le gelosie di Rosaura e le ire di Mamma Elena. Quest’ultima però si accorse degli sguardi e della vicinanza tra Pedro e Tita e fece in modo che i due sposi andassero ad abitare altrove. Il piccolo, privo del latte che succhiava dal seno di Tita, morì. Alla notizia, Tita impazzì dal dolore. Di lei si occupò allora il Dott. John Brown che la portò via da casa e la salvò con il suo amore: “Lasci che le dica una cosa che non ho mai confidato a nessuno. Mia nonna aveva una teoria molto interessante. Diceva che, benchè nasciamo con una scatola di cerini dentro di noi, non possiamo accenderli da soli, abbiamo bisogno di ossigeno e dell’aiuto di una candela. L’ossigeno deve provenire, per esempio, dal fiato della persona amata; la candela può essere un tipo qualsiasi di cibo, di musica, di amore, di parola o di suono che faccia scattare il detonatore e accendere in tal modo uno dei fiammiferi. Per un momento ci sentiremo abbagliati da una intensa emozione. Si produrrà dentro di noi un piacevole calore che con il passare del tempo si andrà affievolendo, lentamente, finchè non sopraggiungerà una nuova esplosione a ravvivarlo. Ogni individuo deve scoprire quali sono i detonatori che lo fanno vivere, poichè è la combustione ch esi produce quando uno di essi si accende a nutrire di energia l’anima. Questa combustione è il nostro nutrimento. Se non scopriamo in tempo quali sono i nostri detonatori, la scatola di cerini s’inumidisce e non potremo mai più accendere un solo fiammifero. Se questo accade, l’anima fugge dal nostro corpo, va errando nelle tenebre più profonde e cerca invano di trovare nutrimento da sola. Non sa che glielo potrebbe dare soltanto il corpo che ha lasciato inerme e piendo di freddo… Per questo bisogna star lontani dalle persone che possiedono un fiato gelido. La loro presenza potrebbe, da sola, spegnere il fuoco più intenso, con il risultato che ormai sappiamo…
Naturalmente bisogna anche fare molta attenzione ad accendere i cerini uno per volta. Perchè se per una forte emozione si accendessero tutti insieme, produrrebbero un bagliore così intenso da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente; e allora davanti ai nostri occhi un tunnel splendente ci indicherebbe la strada che abbiamo dimenticato al momento della nascita e ci inviterebbe a ritrovare la nostra perduta origine divina. Quando abbandona il corpo inerte, l’anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta…”
A lungo Tita fu indecisa tra John, buono, semplice e devoto e Pedro, la passione viscerale, furiosa e impossibile. In un primo momento scelse John, ci furono i preparativi per le nozze, ma queste vennero rimandate a causa di un’improvvisa paralisi di mamma Elena che morì dopo poco tempo. Dopo la sua morte Pedro tornò a casa con la moglie e la figlia Esperanza e visse accanto a Tita in uno strano mènage a tre, che rimase invariato fino alla morte di Rosaura. Esperanza, libera come Tita di vivere il suo amore, sposò il figlio di John e andarono assieme via di casa, felici. Pedro e Tita, rimasti soli, decisero finalmente di sposarsi per regolarizzare un’unione mai ufficializzata. Ma non voglio svelare il finale…
VOTO: 8/10
Riserva di Sassoguidano
Ottobre 12, 2008
Ringrazio di cuore il VENTURA TRAVEL per la magnifica gita guidata alla Riserva di Sassoguidano. Il contatto con la natura e il verde mi ha rigenerato. Resoconto del tour:
ORATORIO DI SASSOMASSICCIO (685m);
L’oratorio è dedicato a Santa Maria e sorge nel punto in cui era posto il castello di Sassomassiccio, di cui non c’è più alcuna traccia. La facciata dell’oratorio è a capanna con ingresso architravato, ai lati piccole finestrelle e un rosone a semicerchio. Il campanile ha monofore sui 4 lati. Questa chiesetta è stata ricostruita nel ‘600 ed è famosa nella tradizione popolare per “l’eremita di sassomassiccio”: all’interno dell’oratorio, infatti, è sepolto il frate Antonio Francesco che nel 1690 restaurò l’oratorio rimanendovi poi per 29 anni in preghiera e penitenza.
La chiesa è dedicata a S. Paolo e probabilmente è sorta sulle fondamenta dell’antico castello di Sassoguidano che a sua volta fu edificato su una primitiva costruzione difensiva. Il castello di Sassoguidano risale al XI-XII secolo e fu a lungo conteso fra le fazioni dei Gualandelli e dei Montecuccolo. Del castello non rimane alcuna traccia, forse a causa di movimenti franosi. La chiesa occupa il punto più alto del rialzo roccioso che fronteggia il Cinghio di Malvarone, in una straordinaria collocazione paesaggistica con vista sulla sottostante valle del fiume Panaro e del torrente Lerna. La struttura della chiesa è semplice: una breve scalinata conduce a un portale in arenaria sormontato da un architrave triangolare e sostenuto da mensole concave. Il cippo monolitico che sovrasta il portale, presenta delle incisioni a bassorilievo di difficile interpretazione: sembra compaia la data “1200″. Il portale è sovrastato da una piccola finestrella-rosone. La torre campanaria è a pianta quadrata e risale al 1600-1700 quando ci fu il rifacimento della chiesa.
BORGO “LA TORRE” (751m)
Ai piedi della rupe su cui si erge Sassoguidano si trova un delizioso nucleo rurale a corte chiusa. E’ una costruzione del XVIII secolo, sorta su un precedente insediamento del Cinquecento. Il piccolo borgo è denominato “La Torre” per ricordare una torre non più presente, posta a controllo di questo tratto dell’antica strada checollegava Sassoguidano con Verica. Il borgo è costituito da 2 edifici che si affacciano su una corte interna allungata e stretta, nella quale probabilmente si svolgeva gran parte della vita sociale. All’ingresso c’è un ampio arco a tutto sesto affiancato da un più piccolo accesso. Su una pietra dell’arco d’ingresso è incisa la lettera T, iniziale di Torre. A sinistra dell’ingresso si trova un’oratorio con facciata semplice a capanna e portale sormontato da un rosone. Segue un lungo edificio di servizio agricolo collegato all’oratorio da un portico. Il nucleo abitativo è costituito da un rustico palazzo di dimensioni cospicue a due piani più sottotetto e con piano seminterrato destinato ai servizi. Su di esso elementi decorativi ed architettonici interessanti come una cornice di mattoni a dente di sega nel sottotetto, tipica del 1500, due portali, uno del 1500, l’altro del 1700. Sopra quest’ultmo ci sono tracce di uno stema gentilizio dipinto sulla fascia bianca intonacata che orna la parte superiore del muro esterno. Sul tetto un piccolo campanile a vela che fa pensare alla probabile presenza di una cappella all’interno della casa.
IL MULINO CORNOLA
PRANZO AL SACCO nel giardino accanto al mulino…
ALITALIA e CAI (gli amici di Silvio)
Settembre 30, 2008
Per tutti quelli che come me non hanno capito bene perchè ad AIR FRANCE che acquistava Alitalia con i debiti e con minori licenziamenti, è stato detto NO; mentre agli “amici di Silvio”, che acquistano Alitalia lasciando il debito sul groppone degli italiani (che poi siamo tutti noi) è stato detto SI…
Addio Paul
Settembre 28, 2008
(fonte: dalla rete)
I tuoi occhi blu si son chiusi ma resteranno sempre aperti nei nostri cuori
LA CITTA’ DELLA GIOIA
Settembre 23, 2008

TRAMA: Un prete cattolico francese, un giovane medico americano, un’infermiera assamita e un uomo-risciò si incontrano nello sconvolgente scenario di un quartiere di Calcutta per aiutare, curare, salvare. Condannati a essere eroi, lottano e vincono in mezzo alle settantamila “luci del mondo” che popolano la Città della Gioia. La loro epopea è un canto d’amore, un inno alla vita, una lezione di tenerezza e di speranza per gli uomini del nostro tempo.
Scrive l’autore, nel risvolto di copertina: “Mi trovavo a Calcutta e un giorno un uomo-risciò mi condusse in uno dei quartieri più poveri e sovrappopolati di questa città, dove trecentomila senzatetto vivono nelle strade. Conoscere questo quartiere che si chiama Anand Nagar, la Città della Gioia, ha cambiato la mia vita. In questo inferno ho infatti trovato più eroismo, più amore, più solidarietà, più gioia che in molte altre metropoli del nostro ricco occidente. Ho incontrato gente che non ha niente e tuttavia possiede tutto. In tanta bruttura, nel fango e nella sporcizia ho scoperto più bellezza e speranza che in molti dei nostri paradisi. E soprattutto ho scoperto che questa città disumana ha il magico potere di creare dei santi. Santi come Madre Teresa, ma anche santi sconosciuti come Paul Lambert, sacerdote cattolico francese che si è stabilito nella Città della Gioia per dividere l’esistenza dei più diseredati e soccorrerli. Come il giovane medico americano venuto dalla Florida per curare uomini senza alcuna risorsa medica. Come il vecchio londinese fabbricane di camicie che salva bambini e lebbrosi. Come Bandona, la dolce infermiera assamita divenuta l’Angelo di misericordia di tutti gli inferlici della città della Gioia. Come migliaia di uomini, donne e bambini, condannati a sopravvivere conpoche rupie al giorno, a superare le maledizioni di un destino implacabile. A vincere con il sorriso. Per raccontare la loro epopea, mi sono immerso per mesi nella tremenda realtà del loro quartiere. Ho dormito nel tugurio di Lambert, un bugigattolo di un metro per due, senz’aria nè luce, invaso dall’acqua e dallo straripamento delle fogne a ogni temporale. Ho vissuto per giorni e giorni con Lambert, Max e Bandona nella piccola colonia di lebbrosi in fondo alla bidonville e ho scoperto la straordinaria cultura, il loro gusto per le feste. Ho trascorso molte ore con il padrino della mafia locale, un uomo la cui statura ricorda quella dei grandi imperatori mongoli. Ho assistito alle suggestive rappresentaioni della leggenda del Ramayana. Insieme ai bambini ho partecipato al gioco più importante della bidonville, quello del cervo volante: un aquilone fatto di pezzi di cartone e di tela che porta con sè sopra il grigiore dei tetti tutti i sogni di questo popolo di condannati. Ho partecipato alle nascite, ai matrimoni, alle cremazioni, alle feste degli indù, dei musulmani, dei sikh, dei cristiani e di tutte le comunità di questo mosaico di popoli e religioni. Ho tirato risciò e arrotolato bidi nei laboratori simili a galere dove bambini di sei o sette anni preparano milleduecento sigarette al giorno. Ho imparato a lavarmi dalla testa ai piedi con meno di mezzo litro di acqua. Ma soprattutto ho imparato a mantenere sempre il sorriso, a ringraziare Dio per il più piccolo beneficio, a ascoltare gli altri, a non avere paura della morte, a non disperare mai.”
E’ un libro sconvolgente, che consiglio a tutti. Ci sono descrizioni strazianti di sofferenze e patimenti… del caldo soffocante sulla città…
“L’estate infliggeva agli abitanti di quella parte del mondo sofferenze difficilmente immaginabili. Come sempre, i più diseredati, i miserabili degli slum, erano i più crudelmente colpiti. Nelle catapecchie senza finestre dove si ammucchiavano fino a quindici persone, nei piccoli cortili arroventati tutto il giorno da un sole implacabile, nelle viuzze talmente strette che non circolava mai un alito d’aria, i mesi estivi che precedevano il monsone erano una tortura non meno atroce della fame, aggravata dal fatto che l’estrema povertà e la mancanza di energia elettrica impedivano l’uso di un ventilatore… La gente andava in giro solo al riparo di un ombrello. Chi non ne aveva si riparava come poteva, con un giornale, un sacco di tela, un lembo del sari… la canicola era sempre accompagnata da un tasso di umidità che poteva raggiungere il cento per cento. Il minimo movimento, pochi passi, scendere una scala, facevano colare rivoli di sudore. Dalle 10 del mattino, ogni lavoro fisico diventava impossibile. Uomini e animali erano come impietriti nell’incandescenza dell’aria immobile. Non un alito di vento. Il riverbero era talmente intenso che Lambert, il quale non possedeva occhiali neri, ebbe l’impressione di ricevere piombo fuso negli occhi. Avventurarsi a piedi nudi sull’asfalto delle strade era un supplizio ancor più doloroso. Il bitume liquefatto ti strappava la pianta dei piedi a brandelli. Tirare un risciò su quel tappeto infuocato era puro eroismo. Slanciarsi, trotterellare, fermarsi, ripartire con le ruote che s’invischiavano nella poltiglia bollente era un’impresa da ripetere senza fine…Gli abitanti della Città della Gioia resistettero sei giorni, poi ebbe inizio l’ecatombe. Con i polmoni prosciugati dall’aria torrida, il corpo svuotato della sua sostanza, cominciarono a morire tubercolotici, asmatici, molti lattanti…”
La descrizione del mondo del lavoro è lucida e attualissima: “Una sera Mehboub tornò dal lavoro con la faccia stravolta. Al cantiere navale avevano licenziato tutta la mano d’opera giornaliera. Era una pratica corrente da quando una legge obbligava gli imprenditori a retribuire mensilmente gli operai dopo qualche mese di lavoro. A eccezione degli interessati, nessuno si augurava di vederla applicare. Si diceva anche che governo, datori di lavoro e perfino i sindacati fossero d’accordo per farla fallire. Il governo perchè l’aumento di salariati mensili rafforzava fatalmente la potenza dei sindacati; i datori di lavoro perchè una mano d’opera che lavorava a titolo precario si poteva sfruttare meglio, e infine i sindacati perchè erano composti di salariati mensili desiderosi di limitare i vantaggi alla loro minoranza… La conseguenza era che tutti quanti cospiravano ad aggirare la legge. Per non dover assumere a titolo definitivo, si licenziava quindi periodicamente. Poi si riassumeva. Migliaia di uomini vivevano perciò ossessionati dalla paura di non ritrovare il loro posto da un giorno all’altro. Dopo tredici o quattordici anni di lavoro, quando non era più possibile rifiutare il passaggio di ruolo, venivano licenziati definitivamente….” Ricorda qualcosa???
Ma quello che più colpisce è l’amore e la solidarietà di queste persone che non hanno nulla… Nella città della Gioia “si praticavano l’amore e l’aiuto reciproco, la spartizione con chi era anche più povero, la tolleranza verso ogni fede o casta, il rispetto per il forestiero, la giusta carità per i mendicanti, gli infermi, i lebbrosi e perfino i pazzi. I deboli venivano aiutati invece di essere annientati, gli orfani immediatamente adottati dai vicini, i vecchi presi a carico e venerati dai figli”. E la cosa che più mi ha sconvolto è proprio l’estremo gesto d’amore che compie Hasari, debilitato dalla febbre rossa, per garantire comunque il matrimonio della figlia. Non voglio riportarlo perchè è davvero una descrizione terribile, che tocca il cuore e lo stomaco e perchè spero che tutti quelli che anche solo per caso si ritroveranno a leggere questo mio breve commento acquistino o prendano a prestito dalla biblioteca il libro, perchè merita davvero di essere letto. Dopo averlo letto si rimane un attimo con l’angoscia di quel mondo così lontano ma, soprattutto, ci si rende conto di essere davvero fortunati, di quanto ci si lamenti per nulla, di quante energie, tempo e denaro vengano sprecati per rincorrere cose inutili.
Voto: 9/10








